lunedì 18 giugno 2012

Giuseppe Letizia. Resta solo il ricordo...


di Pippo La Barba
Di Giuseppe Letizia, ucciso dalla mafia nel 1948 all’età di 13 anni per essere stato testimone dell’assassinio del sindacalista  Placido Rizzotto, di cui recentemente sono stati rinvenuti i resti, non si possono più  neanche identificare le ossa, poichè  una  parte del cimitero di Corleone, quella dei poveri, è stata smantellata e, quel che rimaneva delle persone sepolte da un certo numero di anni, è stato traslato in un ossario comune.
 Giuseppe Letizia, vittima di un destino atroce  che per una fortuita circostanza spezzò la sua vita di adolescente, è stato per tanti lunghi anni dimenticato. Recentemente, sull’onda dell’emozione suscitata dal ritrovamento dei resti mortali di Placido Rizzotto, ci si è finalmente ricordati di questa ennesima vittima della mafia. Il 12 giugno scorso la Scuola Media Statale di Corleone, con un atto fortemente simbolico, gli ha assegnato il  diploma di licenza media ad honorem,per risarcirlo in qualche modo della mancata opportunità non concessagli a tempo debito.

Il diploma è stato consegnato a Giuseppe Letizia, nipote omonimo, dal Preside della scuola Leoluca Sciortino. Sono intervenuti, oltre all’attuale sindaco di Corleone  Lea Savona, gli ex sindaci Pippo Cipriani e Nino Iannazzo, il  componente della Commissione Nazionale Antimafia senatore Beppe Lumia e, in rappresentanza del Governo regionale, l’assessore Mario Centorrino.
La cerimonia si è svolta in un religioso silenzio, alla presenza delle scolaresche  di vari istituti e con la commossa partecipazione di molta gente comune.
Un toccante messaggio è stato inviato da don Luigi Ciotti, assentatosi all’ultimo momento perché colpito da un lutto.
Chiedo a Giuseppe Letizia di parlarmi dello zio e  di quello che rappresenta per la sua famiglia questo riconoscimento.
 E’ il ricomporsi di una memoria spezzata, il realizzarsi  di un atto di giustizia lungamente atteso  che, per omertà o per indifferenza, ci era stato negato. Io ricordo che da piccolo, quando i miei nonni erano vivi, mi portavano per la festa dei Morti ad accendere un lumino per lo zio Giuseppe. Allora nel cimitero di Corleone, nella sezione cosiddetta dei poveri, c’era una croce con una targhetta, su cui era inciso il nome di Giuseppe Letizia. Una volta, e già i miei nonni erano morti, mi recai da solo al cimitero, ma quella croce con il nome non c’era più. Il custode mi spiegò che i poveri resti erano andati a finire nell’ossario comune.
Cosa sai delle circostanze che portarono all’eliminazione di tuo zio?
Direttamente, per ovvi motivi anagrafici, non so nulla. Sia i miei nonni che mio padre, o gli zii,  avevano una sorta di pudore a parlare di questo fatto con noi ragazzi. So di certo, comunque, che mio zio Giuseppe non era un pastorello, come è stato definito, per il semplice motivo che la nostra famiglia ha sempre lavorato la terra, ma non ha mai tenuto animali da allevamento. Quando Giuseppe Letizia fu trovato in delirio dal padre, la mattina dentro la mangiatoia dove aveva dormito, in un casolare che mio nonno aveva in uso in contrada Malvello, vi era rimasto non per accudire le pecore, ma per custodire due muli (evitando di riportarli in paese, distante parecchi chilometri) che  l’indomani avrebbero dovuto trainare  l’aratro per la coltivazione.
Ma ad un  un adolescente possono essere affidate delle incombenze da adulto?
Oggi è facile fare questo tipo di considerazioni. Ma negli anni del dopoguerra c’era una società rurale e ogni membro della famiglia, a prescindere dall’età, doveva dare il suo contributo. Il capo famiglia che riusciva ad ottenere un terreno a mezzadria doveva necessariamente far leva su tutte le risorse di cui disponeva per sopravvivere.

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