martedì 22 maggio 2012

CGIL: Beni confiscati alle mafie, adeguare la legge per salvare imprese e lavoratori!


Serena Sorrentino
di Serena Sorrentino
segretario nazionale CGIL
Il Ministro Cancellieri, in risposta all'intervento del responsabile Legalità di Confindustria Montante, ha recentemente dichiarato la propensione alla vendita dei Beni Confiscati. Tale opzione che le norme già consentono si dimostra alquanto pericolosa se le disposizioni legislative rimangono tali. Difatti il famoso “Codice Antimafia”, dlgs159/11, propagandato dall'allora Ministro Maroni rappresenta un'occasione mancata. Lo spirito della legislazione di contrasto agli interessi mafiosi era quello meritorio di sottrarre beni e patrimonio e ridestinarli ad uso “sociale”, per il principio che laddove subentra lo Stato si afferma la legalità e si determina sviluppo. Di esempi positivi in tal senso ve ne sono innumerevoli ma via via i confini tra economia legale e illegali sono diventati sempre più labili, sia in ragione di leggi che hanno allentato le maglie del controllo di legalità e favorito l'area grigia (condoni, falso in bilancio, ecc), sia perchè il volume di affari e la penetrazione dell'economia “formale” da parte di capitali illeciti riciclati in attività formalmente “legali” non solo è aumentato ma si è diversificato in attività plurime intervenendo in modo negativo nel condizionamento del sistema di concorrenza di interi mercati, si pensi ad esempio al ciclo del cemento a quello dei rifiuti fino alla ricettività ed alla grande distribuzione organizzata.

Non solo ciò comporta un danno erariale molto ampio per mancato gettito, e quindi sottrazione di risorse da destinare allo sviluppo o alla crescita, ma spesso in questi sistemi di “convenienza mafiosa” in cui c'è il condizionamento delle imprese dagli acquisti e forniture al controllo della manodopera (con manifeste violazioni di diritti contrattuali e lavoro irregolare), all'imposizione dei marchi in determinati territori, ai rapporti con la politica per l'aggiudicazione di gare e appalti e via discorrendo come mettono in luce da decenni le inchieste giudiziarie. Il successo meritorio di forze dell'ordine e magistratura nel sequestro e confisca dei beni ha dimostrato non solo l'ampiezza e complessità gestionale a cui l'Agenzia Nazionale non riesce a far fronte (12083 è il totale dei beni di cui 1552 aziende, dati ANBC aprile 2012) con l'attuale dotazione organica e le risorse ad essa rese disponibili ed anche perchè ormai il fenomeno ha una dimensione tale che va affrontato con strumenti adeguati. Dire “vendiamo” questi beni e recuperiamo risorse è di grande effetto ma molto pericoloso. Si sostiene che nella crisi questi beni non vadano lasciati al deperimento o al fallimento nel caso di attività produttive, su questo possiamo essere d'accordo. Ma in un momento di crisi dove i soggetti che attualmente hanno credito e grosse liquidità a disposizione sono proprio quelli che lucrano dei proventi dell'economia illegale il rischio che tali beni finiscano nelle mani di chi li deteneva prima, con la “ripulitura” dal gravame di ipoteche, la risoluzione dei contratti e i concordati con i creditori è molto alto ed esempi in tal senso ci sono già.

Cosa fare allora? Provare ad intervenire nel colmare le vacatio legis, oggi la normativa che riguarda la gestione delle imprese confiscate è molto lacunosa. Al massimo l'amministratore giudiziario opera come un liquidatore, in rari casi, se motivato da spirito e dinamismo, riesce a tenere sul mercato l'impresa. Che succede sul fronte lavoro? A parte le esigue tutele previste dalla 109/96 i lavoratori sono completamente esposti perchè non hanno alcuna forma di garanzia né di reddito né tanto meno occupazionale. L'amministratore giudiziario deve essere un esperto qualificato di gestione aziendale, per questo è importante intervenire sul fronte universitario e sulla costituzione di albi specifici, i giudici devono disporre di misure di prevenzione più congrue e di risorse investigative adeguate, le imprese devono avere un sistema di accompagnamento che consenta ad un'impresa che esce dall'illegalità di mantenere in essere le commesse, di continuare ad essere produttiva e competitiva e ai lavoratori va data garanzia che l'attività comporti per loro continuità lavorativa ed emersione dalla condizione di irregolarità. Certo tutto ciò non è semplice bisogna intervenire su più fronti : dalle linee di credito, alle disposizioni particolari per le aziende in crisi, al sistema di incentivi e tutela dell'occupazione, e molto altro.

Per questo il rating di legalità non basta e non è sufficiente, occorre una legislazione che legga i cambiamenti e li affronti con adeguatezza. La Cgil, insieme ai tanti che vorranno condividere questo percorso, presenterà a breve una legge di iniziativa popolare sulle aziende confiscate per segnalare l'urgenza di intervenire sul tema in un momento in cui la crisi rischia di minare quel tessuto democratico e quella coesione sociale favorendo il consenso sociale a chi nell'illegalità offre una prospettiva al non lavoro. E' il lascito valoriale di Rizzotto di cui il 24 maggio celebreremo i funerali di Stato e di La Torre che abbiamo ricordato il 30 aprile trucidati dalla mafia per aver intuito che essa andava colpita nel loro interesse economico e che bisognava liberare il lavoro (e l'impresa) dall'oppressione mafiosa.
da L'Unità del 22/05/2012

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