lunedì 23 aprile 2012

SALVARE I DANNATI DELLA MEMORIA, RICORDARE IMPASTATO E OGNI VITTIMA

Venerdì 20 aprile Il Circolo Arci “Il parco dei pini” di Narni Scalo (Terni) ha dedicato la rinnovata sala polivalente alla memoria del giornalista Peppino Impastato, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978 a Cinisi. L’intitolazione è stata decisa su proposta del consigliere comunale Alfonso Morelli. Alla semplice cerimonia, che ha avuto il momento centrale nello scoprimento di una targa, hanno partecipato l’assessore alle politiche giovanili di Narni, Francesco De Rebotti; Stefano Mari di Libera Terni, Alessandro Cobianchi, responsabile Legalità dell’ARCI; il comandante dei Carabinieri di Narni, Gugliemo Apuzzo; l’attrice teatrale Consuelo Cagnati che sta raccontando la storia di Impastato nello spettacolo “Malacarne”, ed Alberto Spampinato, direttore di Ossigeno. 

“E’ importante- ha detto Spampinato – che il circolo di una cittadina dell’Umbria si impegni a mantenere viva la memoria di un giovane intellettuale e giornalista che si è battuto con grande coraggio contro una mafia che ha sfidato molto da vicino, che ha combattuto anche con la potente arma della satira e che non si è accontentata di ucciderlo, ma ha dilaniato il suo corpo e invano ha tentato di farlo passare per un terrorista dinamitardo e suicida. Peppino Impastato è uno degli otto giornalisti siciliani eliminati  per essersi ribellati in modo aperto alla censura autoritaria imposta dalla mafia e aver raccontato verità scomode”. Spampinato ha inoltre illustrato l’intervento che pubblichiamo di seguito. Al ricordo dei giornalisti italiani uccisi da mafie e terrorismo è dedicata la Giornata della Memoria del 3 maggio indetta dall’UNCI che si celebrerà quest’anno a Palermo a Palazzo dei Normanni.
di Alberto Spampinato
OSSIGENO – NARNI, 20 aprile 2012 - Il Senato Romano applicava ad alcuni condannati illustri una pena crudele: la cancellazione della memoria. Nei nostri codici, per fortuna, questa pena non esiste. Ma la damnatio memoriae viene inflitta lo stesso, tacitamente e in un modo ancora più crudele: non a chi è stato dichiarato colpevole di qualcosa, ma a chi è stato vittima innocente della violenza, della criminalità, dell’ingiustizia, a chi è stato ucciso mentre svolgeva una funzione di pubblico interesse per la collettività, a persone che le istituzioni sociali dovrebbero ricordare, onorare, celebrare pubblicamente.
Molto spesso il compito e il peso di ricordare pubblicamente queste vittime è lasciato ai familiari, agli amici, ai conoscenti, a gruppi di cittadini che devono lottare che devono vincere ogni volta la disattenzione generale, che lottano con pochi mezzi contro la lenta ma inesorabile azione del tempo che cancella i ricordi, fa uscire di scena i testimoni diretti, riduce gran parte delle vittime a nomi senza storia.
La disattenzione pubblica non nasce dal nulla. Per una prassi crudele, gli assassini suscitano sempre più interesse degli assassinati, e perciò a loro la cronaca dà infinitamente più spazio. Quasi sempre i nomi degli assassini sono più noti di quelli delle loro vittime. Nel format narrativo, i familiari delle vittime non hanno nessuno spazio, il loro punto di vista è spesso trascurato. La società dovrebbe correggere questa barbarie che spesso si riflette in presenze televisive, nel contenuto di  libri ed opere televisive  e cinematografiche in cui le vittime sono solo uno spunto narrativo, e perciò la loro immagine è spesso piegata con disinvoltura alle esigenze narrative.
E’ triste il paese in cui le vittime devono farsi avanti per rivendicare questi ed altri elementari diritti. Vorremmo vivere in una società che avverte il dovere di imporre un equilibrio e un senso di giustizia anche su queste faccende.
La società giusta, la società democratica, ha il dovere e il potere di farlo: con le leggi, con i rituali pubblici, con le istituzioni, gli enti, le associazioni che hanno finalità morali ed educative. Questo insieme di strumenti sociali potrebbe impedire che i fatti e i nomi memorabili siano dimenticati. Le vittime dovrebbero essere i martiri laici del nostro calendario.
E invece, come fanno gli uomini per alleggerire il loro fardello, anche le istituzioni cedono alla tentazione di dimenticare, riservano il ricordo ad occasioni eccezionali come questa, non instaurano quella prassi di alimentazione della memoria collettiva che è possibile e sarebbe necessaria alla società stessa, per trasmettere alle generazioni che si succedono la conoscenza di ferite sociali che possono indurre a riflettere sul senso più profondo della giustizia.
E’ impressionante che la nostra società non riesca a farlo neppure a distanza di 30-40-50 anni dai fatti. Come è stato altre volte sottolineato, in questa Italia il passato non passa, non diventa mai storia, è sempre una ferita aperta. E’ così anche per effetto di una giustizia che fatica ad affermarsi, che non riesce a riparare i torti e fare piena luce neppure a distanza di decenni.
Raramente pronunciamo i nomi delle vittime dell’ingiustizia e molte vittime subiscono la danmnatio memoriae. Il presidente della repubblica Giorgio Napolitano qualche anno fa ha posto il problema pubblicando nomi e biografie di 378 italiani uccisi durante gli “anni di piombo”. Sfogliandolo abbiamo scoperto che avevamo dimenticato moltissimi di quei nomi. Accade ma non è giusto.
Una società civile non può lasciare interamente ai familiari delle vittime ed ai loro amici più devoti la fatica, il peso, il dolore di ricordare quei nomi e quelli di altre vittime innocenti, fra i quali quelli dei giornalisti uccisi in Italia mentre facevano il loro lavoro.
Nomi  come quelli di Cosimo Cristina, Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Pippo Fava, Peppino Impastato, Beppe Alfano, Mauro Rostagno, Carlo Casalegno e Walter Tobagi, Giancarlo Siani, i giornalisti uccisi in Italia dalla criminalità organizzata e dal terrorismo. Otto sono stati uccisi in Sicilia. Siani a Napoli. Casalegno a Torino. Tobagi a Milano.
E’ pesante ammettere che in Italia dal 1960 al 1993, insieme ad altre stragi che grondano sangue e sete di giustizia, è stata compiuta questa strage di giornalisti che non ha eguali in nessun Paese occidentale. E con i nomi che ho ricordato non ho tracciato il bilancio completo dell’ecatombe: bisogna aggiungere almeno altri sette nomi, di giornalisti italiani uccisi all’estero, mentre seguivano le missioni internazionali di peace-keaping in cui l’Italia si cimenta con altri paesi per risolvere gravi crisi, per promuovere la pace e la sicurezza al di là dei propri confini, o per documentare fatti oscuri dei paesi in cui si trovavano: Ilaria Alpi, Enzo Baldoni, Maria Grazia Cutuli, Italo Toni, Graziella De Palo, Antonio Russo, Vittorio Arrigoni. E’ pesante dire ai giovani di oggi che è stata compiuta questa carneficina di giornalisti. E’ pesante ma bisogna dirlo, spiegare perché ed insegnarlo nelle scuole.
I nomi che ho citato, che oggi ricordiamo come ogni anno in questa ricorrenza, insieme a quelli di altri giornalisti che seppure non hanno perso la vita hanno subito gravi, ingiustificabili violenze, dovremmo ricordarli tutti i giorni. Dovremmo scolpire i loro nomi nella nostra memoria. Tutti dovrebbero sapere chi sono questi giornalisti e perché sono stati colpiti. Dovrebbe saperlo, soprattutto, chi fa il loro stesso mestiere o comincia ad apprenderlo. Oggi questi nomi a molti non dicono nulla. Dobbiamo chiederci cosa si può fare di più per tenere viva la memoria di tutte queste vittime.
Certo, si fanno già molte cose. A Palermo, è stato istituito anche un Giardino della Memoria che ricorda insieme giornalisti e magistrati uccisi. Certo, da qualche anno si fa più di prima. Ma non si fa ancora  abbastanza.
Io sono il fratello di una di queste vittime, Giovanni Spampinato, un giornalista ucciso a Ragusa nel 1972. Sono un giornalista e cerco di fare la mia parte anche attraversoOssigeno per l’informazione, l’osservatorio che è stato istituito nel 2008 falla FNSI e dall’Ordine dei Giornalisti per difendere in modo attivo quella memoria. Lo facciamo difendendo quei cronisti che vivono intorno a noi e – come quelle vittime che ho ricordato – vengono minacciati perché cercano di fare fino in fondo il loro lavoro, perché non accettano censure, perché hanno detto ‘no’ alle pretese di un criminale o di un prepotente, perché pensano che ogni cittadino abbia il dovere di fare fino in fondo il proprio dovere, con senso di responsabilità e coraggio, per fare vincere la verità e la giustizia.
Questi giornalisti minacciati fanno vivere nel modo più pieno la memoria dei giornalisti uccisi che oggi ricordiamo, perché fanno il loro lavoro con la convinzione che ogni giornalista debba assolvere il dovere professionale di raccogliere e diffondere anche le informazioni più difficili e controverse, e debba farlo senza chiedersi chi potrà esserne avvantaggiato e chi potrà esserne danneggiato, ma nell’esclusivo interesse dell’opinione pubblica.
In questo Paese, da molti anni, purtroppo, le regole prevalenti sono altre: quelle del quieto vivere che di fronte alle intimazioni dei bravacci di turno, o anche di fronte al rischio ipotetico di incontrare dei bravacci in fondo alla strada, fa dire a molte brave persone “ma chi me lo fa fare?”.
Poiché i bravacci esistono, non sono una reminiscenza manzoniana, molti cittadini e anche molti giornalisti ragionano così ed esitano ad imboccare quella che pure sembra la strada giusta. Molti giornalisti subiscono in silenzio la censura. Altri, per evitare rogne, per paura, per convenienza, per un malinteso senso di prudenza, per mille ragioni, applicano l’autocensura: sanno ma non dicono, non scrivono “certe” notizie, quelle più scomode, quelle che, si sa in partenza, potrebbero fare arrabbiare persone potenti, persone che potrebbero reagire danneggiandoli.
L’autocensura è il grande nemico del giornalismo: è l’anti-giornalismo ed è ciò che rende pericoloso il lavoro dei giornalisti più corretti e coraggiosi. L’autocensura, sommandosi alla censura imposta con la violenza, rappresenta  un grave problema della democrazia, perché oscura moltissime notizie che i cittadini potrebbero e dovrebbero conoscere; notizie che li aiuterebbero ad orientarsi, a decidere, a fare delle scelte a ragion veduta, per essere, come diceva Luigi Einaudi, “Cittadini e non sudditi”. Una informazione completa, senza omissioni e censure, aiuta i cittadini a decidere per chi votare, dove mandare i figli a scuola, quali strade percorrere, chi frequentare. Ma non riusciamo ad avere una informazione completa.
I giornali affetti dall’autocensura e dalla censura proiettano una immagine edulcorata della realtà, non segnalano i pericoli, i punti critici. Sono come una mappa stradale che dovrebbe indicarci il percorso migliore  e invece ci fa seguire il percorso che conviene a qualcuno. Sono fatti così, molti giornali, anche in Italia. Sarà così e ci saranno fra i giornalisti altre vittime innocenti finché l’autocensura e la censura violenta saranno accettate come  un male incurabile da sopportare in silenzio. Come un tabù.
Finché la gran parte dei cittadini, e fra loro anche molti giornalisti, saranno rassegnati a subire le regole imposte dai prepotenti, i giornalisti che si impegneranno a rispettare i doveri civici e le regole del giornalismo andranno incontro a violenze, ritorsioni, ingiustizie, com’è accaduto a Peppino Impastato, a Mario Francese, a mio fratello e a tutti gli altri giornalisti uccisi. Come è accaduto di recente a Lirio Abbate, a Rosaria Capacchione, a tanti cronisti siciliani, calabresi, campani e di ogni regione d’Italia
Sono tantissimi oggi i giornalisti minacciati in Italia. Secondo le stime di Ossigeno, sono stati almeno 130 da gennaio ad aprile del 2012, sono stati 325 da gennaio a dicembre del 2011, sono stati più di mille dal 2006 a oggi. Dico “almeno” perché il fenomeno è in gran parte sommerso. Moltissime vittime della censura violenta non hanno la forza di denunciare i soprusi e  di difendersi. Non ci riescono come non ci riescono le vittime dell’usura e del racket, come non ci riescono le donne che subiscono gli stupri. Nessuno riesce a dire quante siano veramente le vittime di questi reati, ma si sa che sono molte di più di quelle che si riesce a contare.
Alcuni di questi giornalisti minacciati sono costretti a vivere sotto scorta. Altri devono rinunciare al loro lavoro. Altri vengono pretestuosamente trascinati in Tribunale e si devono faticosamente difendere da querele strumentali, da richieste di danni che a volte superano il patrimonio che hanno accumulato durante tutta la vita.
Da giornalista dico perciò che innanzitutto i giornalisti devono fare di più per difendere i giornalisti minacciati, per essere solidali con loro, per fare vincere la libertà di informazione e il diritto dei cittadini di essere informati, e facendolo terranno viva la memoria dei loro colleghi che hanno difeso con la vita l’onore della professione; che non hanno arretrato davanti a minacce, rischi, pericoli per svolgere la missione sociale propria del giornalismo quale infrastruttura essenziale della democrazia.
I giornalisti devono farlo per difendere sé stessi, la possibilità di fare il loro lavoro. Devono farlo immedesimandosi nelle storie dei giornalisti uccisi e nelle vicende dei giornalisti intimiditi in vario modo ai giorni nostri.
Anche la società civile, come ho già detto, dovrebbero fare di più. Dovrebbe guardare con altri occhi le storie dei giornalisti uccisi. Ogni cittadino dovrebbe sapere che un giornalista onesto che ha perso la vita facendo il proprio mestiere è una vittima del dovere come lo sono i funzionari di polizia e i magistrati uccisi in servizio. A questi giornalisti andrebbe reso lo stesso onore.
Come? Servono cerimonie come questa, ma non servono rituali ed iniziative retoriche. Non è necessario erigere monumenti ai giornalisti caduti. Occorre una continuità di iniziative concrete, nelle istituzioni, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di formazione dei giornalisti. Occorre documentare e trasmettere la memoria e l’insegnamento morale e professionale dei giornalisti che hanno perso la vita per il giornalismo.
Documentare, raccogliere, conservare e rendere accessibili in modo unitario gli articoli dei giornalisti uccisi è la cosa più importante da fare ed è ciò che non si riesce ancora a fare. Ma è indispensabile riuscire a farlo, se si vuole tenere vivo un ricordo onesto e corretto di ognuna di queste vittime. E’ doveroso, per la società e per le istituzioni fare sapere alle nuove generazioni chi erano questi giornalisti, cosa hanno fatto nella loro vita, per che cosa sono morti. Ed è altrettanto doveroso continuare ad impegnarsi perché si faccia piena luce su ognuna di queste morti.

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