martedì 18 gennaio 2011

Bersani, Casini e Di Pietro chiedono le dimissioni. Berlusconi al Quirinale, faccia a faccia con Napolitano. E’ crisi?

Dopo Bersani, Franceschini, Bindi, Vendola e Di Pietro, anche Casini chiede le dimissioni del Premier. La situazione potrebbe precipitare. Berlusconi si è recato al Quirinale. faccia faccia con Napolitano. Ma andiamo con ordine. Cominciando da una battuta del Ministro dell'economia.
Pierluigi Bersani
Giulio II sulla scia di Giulio I. In una conferenza stampa, richiesto di un parere sull’inchiesta giudiziaria della Procura di Milano, ha risposto che lui è orgoglioso di fare parte del governo. E non ha aggiunto altro. Anzi, ha aggiunto: “punto”. Rispetto ai suoi colleghi, non ha detto nulla. In una ipotetica classifica delle solidarietà di rito, non sarebbe nemmeno classificato. Significa che non è amico di Silvio Berlusconi? No, semplicemente che vuole conservare il suo decoro, la decenza, la dignità. Da quando è esploso il caso è stata una corsa nell’entourage di Berlusconi. Una corsa fra Ministri. Pole position, come al solito, conquistata da Maria Stella Gelmini. Durissime le sue reazioni, gli insulti alla Procura milanese. E ferme le sue convinzioni: persecuzione, mistificazione, tentativo di sovvertire le regole democratiche. Tutte le parole del Premier, prese in prestito e ripetute con il tono di chi sta recitando una novena, la faccia impassibile, l’indignazione repressa. Poi sono arrivate le dichiarazioni di Stefania Prestigiacomo, Mara Carfagna. Tutte le donne del governo in fila indiana a ripetere la litania della Procura che “manu militari” cerca di spodestare il Premier voluto dal popolo. E la montagna di fatti contenuti nelle 389 pagine dell’inchiesta? Tutto inventato, privo di senso. Il frutto della perversa azione giudiziaria. Nessun dubbio, nessuna incertezza. Milioni di italiani ascoltano dalle tv e leggono gli allucinanti discorsi che le “ospiti” di Arcore fanno tra loro e i Ministri insinuano la persecuzione e gli intenti malandrini delle toghe. Giulio Tremonti è uscito dal mucchio. Ha accordato al suo leader l’orgoglio di essere quello che è. Per questa ragione ricorda Giulio II, che chiudeva le sue missive con una espressione che è tutto un programma: “con la stima che è dovuta”. Del pari, Tremonti, dichiara ai giornalisti concedendo l’orgoglio che è dovuto. Tanto di cappello. Chapeau, come dicono i francesi. Merita considerazione e rispetto. Alle 17 di martedì si è saputo che Silvio Berlusconi si è recato al Quirinale e che si trovava a colloquio con Giorgio Napolitano. Qualcuno ha dedotto che stesse succedendo qualcosa d’importante. Silvio passa la mano? Silvio si dimette e chiede lo scioglimento delle Camere? Pochi minuti, ed è stato riferito che il Premier partecipa ad un incontro con i garanti delle celebrazioni per l’unità d’Italia. Niente a che vedere con il caso Ruby e l’inchiesta della magistratura. Fino a un certo punto, tuttavia. La presenza di Silvio Berlusconi non era prevista. E’ possibile, quindi, che il Premier abbia colto l’occasione per un faccia a faccia con il Presidente della Repubblica, che nella mattinata aveva diffuso una nota con la quale smentiva di avere avuto alcun colloquio con il Premier o di avere preso visione delle carte della Procura di Milano. Una “visione” che non gli compete, come ha sottolineato, manifestando tuttavia il suo turbamento e quello dell’opinione pubblica per le ipotesi di reato attribuite al Presidente del Consiglio. Nessun giudizio, dunque, ma una preoccupazione. Dopo un approccio morbido e possibilista, Pieferdinando Casini, rompendo gli indugi, ha chiesto a Berlusconi di fare un passo indietro, come avevano fatto prima di lui Pierluigi Bersani, Dario Franceschini (in aula a Montecitorio), e Antonio Di Pietro.

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